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PrEsIdIo ReNaTa FoNtE

Liceo Gioberti

Presidio Renata Fonte

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Siamo un presidio dell'associazione Libera,e frequentiamo il liceo V. Gioberti
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Sara
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ANTO!
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FrAnCeScA
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jordan
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Matte
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Ivan
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Giova
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(¯`•¸·´¯)JULIETTA(¯`·¸•´¯)

visita pastorale

Cari si conclude il primo anno di presidio con un po' di esperienza in più e tanti amici incontrati...
é stato un anno molto molto intenso. La cosa che forse rattrista di più è che la partecipazione di alcuni non è stata sempre molto alta, si spera che la situazione cambi... un breve sommario della visita pastorale: davide e josè sono fieri di noi e sperano che il nostro impegno rimanga sempre alto, soprattutto ora che la nostra madrina è diventata "responsabile" (è solo un ruolo, nn un aggettivo :P) della tromba del trambusto... yeah!!!
tutto qui.. lasciate commeti o migliorate quest'intervento.. ciao a tutti.|

testimonianza

 
La testimonianza di Sabrina e Viviana Matragola figlie di Renata Fonte
 
Un mese dopo nasceva il nostro presidio...

1-2 maggio ROMA

Sono tornata ieri notte da Roma con l'amarezza nel cuore perchè tutto ciò in cui avevo sperato andando giu non si è realizzato! Ho conosciuto Marisa, Francesco e Ottavia e al ritorno dalla "convocazione" ho visto l'ennesima delusione e non ci sono parole di conforto o abbracci abbastanza forti per far passare quei brutti pensieri per quelle mille promesse che ancora una volta non sono state rispettate e che ancora una volta fanno pensare "ma abbiamo fatto bene?"
é stato brutto vedere la faccia di francesco cambiare, non parlare, se non interrogato, per tutta la sera e vedere nei suoi occhi azzurrissimi che la speranza del mattino era andata via con il sole per lasciare posto alla delusione forse per aver creduto che le cose finalmente potevano cambiare!
 
Voglio abbandonare però i pensieri tristi, e dirvi quanto immensa sia la forza di Marisa Pino Francesco e Ottavia. sono una famiglia fantastica e li ringrazio perchè mi hanno dato ancora più forza per cercare di cambiare questo mondo, perchè lamentarsi non serve a niente, bisogna agire, parlare, dimostrare che questo mondo non ci piace non perchè è un'abitudine dirlo ma perchè davvero è così, prechè crediamo anche che le cose possano cambiare, quindi tiriamoci di nuovo su le maniche e ripartiamo da dove ci eravamo interrotti!!!
 
Buona "rivoluzione" a tutti baci Giulia
 
UN UOMO DOVREBBE LAVARE I PIATTI
Non sei un uomo se come un frate chiedi perdono.
Non sei un uomo se a fare mazzate non sei buono.
Non sei un uomo se tua moglia di te se ne fotte.
Non sei uomo se.. se non la gonfi di botte.
Non sei un uomo se non guidi le macchine grosse.
Non sei un uomo se non tiri due ganci alle giostre.
Non sei un uomo se hai paura di tornare in carcere.
Non sei un uomo sei gay se ti metti a piangere.
Non sei un uomo e farai una brutta fine.
Non sei un uomo... se non hai la pancia sferica.
Non sei un uomo senz'abito buono alla domenica.
Non sei un uomo se di notte non vai al bordello.
Non sei un uomo... se non ti tira il pisello.
Non sei un uomo se ti arrendi e non mostri gli artigli.
Non sei un uomo se non prendi a ceffoni i tuoi figli.
Non sei un uomo se il rispetto che hai non ti basta.
Lo sai cosa ti manca? Un ferro nella tasca.
Non sei un uomo e farai una brutta fine.

RIT: Non ascoltare questi maldicenti. Non si va avanti con la forza ma con la forza degli argomenti.
Non ascoltare questi mentecatti. Un vero uomo si dovrebbe alzare per lavare i piatti. Un vero uomo dovrebbe lavari i piatti.

Non sei un uomo se non hai lo stereo più potente. E poi si vede dalla foto che hai sulla patente.
Non sei un uomo se perdi tempo a studiare i libri. Se sei un uomo.. meglio che inizi con gli scippi.
Non sei un uomo se ti beccano la piantagione.
Non sei un uomo se dalla prigione fai il mio nome.
Non sei un uomo se mi fotti, che se me ne accorgo. Non sei un uomo vivo, tu sei un uomo morto.
Non sei un uomo e farai una brutta fine.
 
RIT.
 
Ho scoperto che Pino cucina e LAVA I PIATTI! :D ma non avevo mai avuto dubbi... Sapevo gia che Pino  è un uomo con moltissime sfere di cristallo!
 
 
 

Tutto tace

In una sua canzone Jovanotti diceva: "il giorno cambia leggi e cambia governi
e passano le estati e passano gli inverni"... e così sono passati 11 anni e 3 settimane di presidio permanente e niente è ancora cambiato, nonostante siano finite le elezioni, nonostante l'appoggio di migliaia di persone che si sono rese conto che in Italia c'è qualcosa che non va...
Eppure... Eppure al governo è salita la parte sbagliata, quella che per 5 anni ha tolto la scorta alla famiglia Masciari.... E non voglio dire che anche l'altra parte abbia fatto meno schifo perchè in undici anni sono cambiati 3 governi...
Insomma non si può andare avanti così, e lo dico io che per quasta lotta oltre alla presenza nn ho fatto più di tanto... Non si può spingere un uomo con la sua famiglia al limite della sopportazione umana, torturandolo psicologicamente... perchè è di tortura che si parla... Torturare un uomo, una donna e 2 bambini (ormai adolescenti) il cui solo reato è aver denunciato un si
stema corrotto?!?!?!?
Qual è la giustizia allora??? dov'è la giustizia in questa storia??
        
Giulia

Insieme con Pino

La veglia di solidarietà per Pino continua. Questo è il secondo giorno di presidio permanente davanti alla prefettura e noi cerchiamo di fare il possibile per dare il nostro sostegno alla lotta di Pino e per sostenere il suo rischioso ma eroico gesto di estrema protesta. Vorrei condividere la rabbia di Giulia espressa nell’intervento precedente per questo Stato che in questo caso, ancora una volta, si è dimostrato inefficiente e deludente per aver permesso a un uomo come Pino di arrivare a una decisione così disperata e estrema, per quanto inevitabile e necessaria. Più di 11 anni fa Pino ha deciso di scegliere la giustizia. Ha deciso di dire basta ad un sistema malavitoso e corrotto al quale troppo a lungo aveva accondisceso. Ha deciso di denunciare quel sistema, di abbandonare ogni omertosa esitazione e di rifiutare ogni subdola coercizione da parte della 'Ndrangheta e delle sue ramificazioni. La ricompensa per tutto questo? Una vita che è difficile da considerare tale; l’esilio dalla sua terra, un’addio definitivo al lavoro, agli affetti, alla libertà. Ad 11 anni dalla sua coraggiosa denuncia, Pino ancora aspetta un riscontro da parte dello stato, che non è stato in grado di rispondere in maniera esaustiva alle sue semplici e basilari richieste: un adeguato programma di protezione e il ritorno a una vita normale e all’esercizio della sua professione di imprenditore. 11 anni sono passati, e ancora non è cambiato nulla. 11 anni di vita impossibile per la famiglia Masciari. 11 anni di inerzia e indifferenza da parte di politici e istituzioni. Alla luce di questi fatti non stupisce che Pino sia partito per la Calabria, lunedì mattina. E non è un gesto azzardato, una decisione repentina e improvvisa. È la sola risposta all’esasperazione. Tornando in Calabria, nel luogo per lui più pericoloso, Pino non si è addentrato nella tana del lupo. Ma è scappato piuttosto da un posto dove la vita gli veniva preclusa, una tana ancor più stretta e soffocante, resa tale da quei potenti che non sono stati in grado di assicurargli i più ovvi diritti e le più naturali esigenze che un uomo può avere. Loro sono i veri lupi. Loro sono i carnefici che hanno divorato la vita e la pazienza di Pino fino allo stremo, fino allo sfinimento, ignorando la portata del suo gesto di giustizia, del suo sacrificio, ignorando le sue richieste, ignorando le sue lacrime. Pino adesso è sceso in campo, perché vuole combattere la sua lotta fino alla fine, e per questo è tornato nel luogo dove questa lotta faticosa ha avuto inizio. Ho visto poco fa dei video sul suo sito in cui risponde al telefono alle domande di un intervistatore radiofonico, i cui interventi mi hanno fatto rabbrividire: “gli imprenditori qui in Calabria dovrebbero sottostare al sistema mafioso, se vogliono assicurarsi una tranquilla attività lavorativa e se vogliono evitare di incorrere in rischiose situazioni. Lei cosa ne pensa?”. È lodevole anche stavolta il sangue freddo di Pino, che davanti all’assurdità di queste parole (dimostrazione della diffusa e pericolosa mentalità mafiosa della paura e dell’omertà

sempre presente in Calabria) ha saputo rispondere con tono deciso, dimostrando come sempre il suo forte senso di giustizia e di legalità. Ammiro sempre di più quest’uomo, ammiro la sua azione, il suo coraggio e la sua grande umanità. Ed è per questo che, così come oggi pomeriggio, domenica sarò davanti alla prefettura insieme agli altri del Renata Fonte per svolgere con entusiasmo e convinzione il nostro turno di presidio. Perché la lotta di Pino DEVE concludersi con una vittoria. Perché da qualche parte è rimasto ancora un frammento di giustizia in questa terra corrotta.

 

Ivan

Pensieri

Da un momento all'altro aspetto che accada qualcosa, e non è una sensazione positiva, penso al peggio perchè non riesco più a fidarmi di uno stato che promette e parla al vento, ancora di più ora che giorno dopo giorno scopro che per 3 schifosissime firme la vita di una famiglia è appesa a un filo. E se la mia brutta sensazione dovesse diventare realtà (ovvimente spero che rimanga a vita una sensazione), dicevo, se dovesse diventare realtà, a quel punto non sarà più colpa esclusivamente della mafia, non sarà più colpa di quella che è la macchia dell'Italia, ma sarà anche colpa di uno stato che per 11 anni non ha agito, uno stato che si è rifiutato di agire,che ha isolato, "deportato" un uomo con la sua famiglia, permettendogli di domandarsi più volte se il suo gesto di denuncia fosse stato giusto. e a quel punto urlerò al mondo intero che sì "LA MAFIA è UNA MONTAGNA DI MERDA", ma anche, che vivo in uno stato ASSASSINO!!!
 
Scusate, le mie sono solo riflessioni e momenti di sconforto, e probabilmente cose del genere non dovrei neanche minimamente pensarle, ma la mia diffidenza mi porta anche a questo. Ovviamente spero e voglio credere che la situazione di Pino si risolva nel migliore dei modi. NON è SOLO, LA SOCETà RESPONSABILE è con  lui e lo sosterrà finchè lui continuerà a combattere.
Giulia

Pino Masciari

L’IMPRENDITORE CALABRESE GIUSEPPE (PINO) MASCIARI TESTIMONE DI GIUSTIZIA LASCIA LA LOCALITA’ PROTETTA SENZA SCORTA PER RECARSI IN CALABRIA COME FORMA ESTREMA DI PROTESTA IN ATTESA DELLA RISPOSTA DELLE ISTITUZIONI E CONTEMPORANEAMENTE CHIEDE PER LA FAMIGLIA ASILO POLITICO  O  ADOZIONE AD ALTRO STATO

Sono un imprenditore calabrese che non si è piegato al racket, che ha denunciato, fatto arrestare e condannare decine di appartenenti al sistema `ndranghetista con le sue collusione all’interno delle Istituzioni. Inserito nel Programma Speciale di Protezione a partire dal 17 Ottobre 1997, portato via dalla Calabria e da allora sprofondato in un tunnel senza via d’uscita: in questi 11 anni non si contano i comportamenti omissivi tenuti dalle Istituzioni preposte alla mia protezione, contrari alla legge e prima ancora alla dignità della persona. Abbandonato al mio destino insieme con la mia famiglia, isolati, esiliati dalla propria terra, privati delle imprese edili e del proprio lavoro (mia moglie è un medico-odontoiatra). Prima mi hanno tolto il pane, poi mi hanno tolto la libertà, infine la speranza. Dopo 11 lunghi anni di attesa e di fiducia nelle Istituzioni oggi devo ammettere che non ci sono le condizioni perché la mia famiglia continui a restare ancora in Italia considerando la situazione di abbandono e l’assenza dei settori preposti alla protezione, che sarebbe dovuta avvenire in modo vigile e costante nella località (per così dire) protetta. La conclusione è che mi ritrovo facile bersaglio insieme alla mia famiglia della vendetta mafiosa, nell’allarmante contesto di ‘ndrangheta, acceso e dilagante. Pertanto chiedo formalmente al Presidente del Consiglio Romano Prodi, al Ministro dell’Interno Giuliano Amato e al Viceministro dell’Interno Marco Minniti con delega alla Commissione Centrale ex art. 10 L. 82/91 di risolvere tempestivamente prima della consultazione elettorale la mia annosa vicenda, garantendo il diritto al lavoro e la sicurezza presente e futura per me e la mia famiglia. Contemporaneamente chiedo formalmente ad una qualsiasi delle Nazioni dell’Unione Europea o altra Nazione l’ADOZIONE della mia famiglia, per mia moglie ed i miei due figli, perché si prenda cura di loro con la dovuta sicurezza. Io no! Scelgo di rimanere nel mio paese, a rischio della vita, per proseguire la strada della denuncia civile e legale dell'impotenza delle Istituzioni, che alle parole non fanno seguire i fatti concreti e per raccontare la verità sulla lotta alla mafia in Italia: chi non scende a compromessi con le dinamiche mafiose deve essere fatto fuori, in un modo o nell'altro. Lascio dunque in data odierna la località protetta per arrivare in Calabria ed affrontare quello che sarà il mio destino, mantenendo almeno fino in fondo la dignità che in questi anni ho difeso dagli attacchi prima della `ndrangheta e poi delle Istituzioni. Poi sarò davanti ai “Palazzi” di Roma e al TAR del Lazio dove giace vergognosamente arenato da più di tre anni il ricorso contro lo Stato che mi ha revocato ingiustamente il programma di protezione, che equivale alla condanna a morte. Lo farò in giro per l'Italia, fiducioso di trovare al mio fianco i tanti cittadini, associazioni, gruppi e Meetup, le forze sane delle istituzioni e della politica che ho incontrato in questi lunghi anni, che condividono la mia scelta e che si riconoscono nei valori della legalità e della giustizia. La COMMISSIONE PARLAMENTARE ANTIMAFIA, già nella scorsa legislatura, la quattordicesima, aveva analizzato ed esaminato approfonditamente "il caso dell’imprenditore Giuseppe Masciari", riconoscendo le ragioni di quanto esposto, (si rimanda ai seguenti documenti: Approvazione della Relazione del Comitato TESTI del 9 marzo 2005- Resoconto Stenografico della 69° seduta del 14 giugno 2005 - approvazione della Relazione di Minoranza del 18 gennaio 2006, pag. 72 "Testimoni di giustizia: una risorsa umiliata"). L’attuale COMMISSIONE PARLAMENTARE ANTIMAFIA, quindicesima legislatura, nella Seduta di martedì 19 febbraio 2008 ha approvato la Relazione annuale sulla 'ndrangheta (Rel. On. Forgione) e la Relazione sui testimoni di giustizia (Rel. On. Napoli), che ha fatto emergere "le gravi cadute di efficienze del sistema di protezione dovute spesso a inettitudine, trascuratezza ed irresponsabilità" per questo "Lo Stato recuperi il terreno perso nei confronti di chi ha mostrato di possedere uno spirito civico esemplare". Ha riconosciuto il rispetto dei diritti dei testimoni di giustizia, risorsa da premiare e non da umiliare. Nella relazione sulla `ndrangheta ha dichiarato la pericolosità mondiale di tale struttura criminale. Le Istituzioni, la politica, Confindustria, raccolgono collezioni di buone intenzioni cui non seguono fatti concreti. Non ho bisogno di pacche sulle spalle, ma di sicurezza, impiego e futuro per me e soprattutto per la mia famiglia. Se si permette che chi ha scelto di stare dalla parte della Giustizia maturi solo disagi diventando esempio tangibile del fallimento di una rapida risposta dello Stato, ciò non rappresenta una sconfitta solo per Pino Masciari, ma una sconfitta per l’Italia intera, una vittoria per la `ndrangheta, che ha continuato e continua a fare imprenditoria moltiplicando i suoi guadagni, tanto è vero che in Calabria ha un bilancio di 35 miliardi di euro sporchi, mentre al sottoscritto non gli viene restituito il diritto di ritornare a fare l’imprenditore. Addirittura il Ministero dell’Interno con delibera del 28 luglio 2004, così afferma: "non consente di autorizzare il rientro del testimone di giustizia Masciari Giuseppe e del suo nucleo familiare nella località di origine ritenuto che sussistono gravi ed attuali profili di rischio". Una sconfitta per lo Stato Italiano, un messaggio devastante per chi domani si trovasse a decidere se denunciare o abbassare la testa di fronte alle intimidazioni mafiose. . Confermo fino alla fine e con fermezza che non ho alcun rimpianto per ciò che ho fatto, perché ritengo che la denuncia sia atto doveroso di ciascun cittadino che appartenga ad uno Stato che possa ancora considerarsi di diritto. Lì 31 marzo 2008 f.to Giuseppe (Pino) Masciari Per contatti: pinomasciari@gmail.com
http://www.pinomasciari.org

 

 

In piazza Castello fino al 14 aprile si tiene un presidio di protesta sotto la prefettura 24/24 ore  per solidarietà e vicinanza a Pino,con volantinaggio e informazione ai cittadini su quello che sta succedendo a Pino e alla sua famiglia.

PARTECIPIAMO E PARTECIPATE!!!
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NIENTE DI PERSONALE in memoria delle vittime delle mafie

           

 

              

                 


 

Mafia, lo schiaffo di Bari

     

L'esercito di don Ciotti "La mafia non passerà"

di Raffaele Lorusso
I centomila di don Ciotti. Vendola: scusate per i cannoli. Successo oltre ogni previsione della manifestazione in ricordo delle vittime della criminalità organizzata
 Il rosario dell´antimafia è un lunghissimo elenco di nomi. Vittime innocenti di una guerra non convenzionale, ma ugualmente sanguinosa. Il loro ricordo, scandito dagli altoparlanti che li citano uno per uno (sono in tutto 705), è la colonna sonora della Giornata della memoria e dell´impegno, promossa da Libera, la rete di associazioni antimafia fondata da don Luigi Ciotti, e Avviso pubblico. Le attese della vigilia non vanno deluse. Sul nuovo Parco della legalità, i sette ettari di verde che hanno visto la luce dopo la demolizione dell´ecomostro di Punta Perotti, ci sono decine di migliaia di persone. Una moltitudine variegata e colorata giunta da ogni parte d´Italia per dire che contro la mafia e contro l´illegalità si puo, si deve combattere. Il presidente della Regione, Nichi Vendola, che quand´era al vertice della commissione parlamentare antimafia fu in prima linea nella lotta contro la criminalità organizzata, ha la voce rotta dal pianto. «Dobbiamo chiedervi perdono - dice dal palco - per lo spettacolo indegno di complicità e protezioni, vi voglio chiedere scusa a nome di coloro che per una manciata di voti hanno costruito una rete di connivenze, scusa per coloro che dopo una condanna hanno festeggiato con i cannoli».
Gli organizzatori parlano di centomila persone: 70mila arrivate da fuori, anche da altri Paesi europei, e 30mila pugliesi. Quello che conta davvero, però, è il clima. Fra la folla del corteo, fra le bandiere delle associazioni e gli striscioni delle scuole, si moltiplicano sorrisi che esprimono voglia di futuro. Ad aprire il corteo ci sono i familiari delle vittime, circa 400 persone, che hanno saputo trasformare il dolore in speranza e impegno. Don Luigi Ciotti, dominus della manifestazione, dice che quel posto spetta a loro di diritto. «Vi accogliamo con tutto l´amore e la fratellanza di cui la nostra città è capace - annuncia il sindaco Michele Emiliano - Siete venuti da tante parti d´Italia in treno, in autobus, in aereo, in auto. Partiamo oggi da Bari verso un futuro importante che cambierà l´Italia». Emiliano sfila in mezzo alla gente, stringendo mani, regalando sorrisi e posando per le foto ricordo. Il sindaco è soddisfatto. «Oggi, anzi a partire da ieri - dice - un´energia che è sicuramente partita dal martirio delle vittime, si è abbattuta sulla città, che ha sempre avuto paura di guardare in faccia alle cose belle. Spesso abbiamo utilizzato il cinismo come arma di difesa. Oggi i baresi abbassano le difese e si aprono all´antimafia sociale. Finalmente l´ingenuità sta soppiantando le barriere che ci sono fra noi. Stiamo riprendendo ad essere ottimisti attraverso l´ingenuità».
 
Questo è l'articolo più lungo che ho trovato sulla giornata del 15 marzo... Gli altri giornali avevano dedicato giusto un trafiletto, il che mi sembra a dir poco scandaloso, perchè una giornata importante come questa non deve di certo essere trattata come una notizia di 4 classe...
Per quanto mi riguarda sabato sarà una di quelle giornate che non dimenticherò, è stata intensa, anche un po' dolorosa (chiedetelo ai miei piedi :) ) però è servita per farmi capire che quello che stiamo facendo non è inutile, che quelle 100000 persone in una città come Bari, dove Libera non ha ancora una sede, significano qualcosa!
Sono felice di aver assistito al discorso del presidente della Regione, e di don Ciotti, che con le lacrime apre il suo ennesimo invito a lottare per la legalità...
Sono felice di essere una PERSONA RESPONSABILE, perchè mi distinguo, anzi ci distinguiamo, dalle milioni di persone "civili" che fanno finta di niente, che preferiscono stare zitte o che dedicano alla lotta alla mafia un trafiletto di 5 righe...
Giulia
                                                    

Poesia

E sono ancora qui che cerco di scrivere una storia, la mia storia...Ma cosa scrivere, di me, io, poeta mai nota?.. Io essere umano che vivo di pane illusioni e speranze come mille altri, io che volevo cantare l'antico inno della Vita. Qualcuno ha fatto tacere la mia voce.. ma c'è ancora in sottofondo un motivo di poche note, un ritornello struggente che esce da qualche angolo del mio animo e che è il tema musicale di tutto ciò che ho dentro..
Renata Fonte

Graziella Campagna

Ieri sera ho guardato su rai uno la fiction su Graziella Campagna,secondo il mio modesto parere ben fatta.
Perciò stamattina mi sono appassionata della vicenda e ho fatto qualche ricerca su Internet.
I seguenti sono i risultati,è una storia che merita di essere conosciuta.
                                                                                                  Francesca

Il 12 dicembre del 1985 una diciassettenne di Saponara, impiegata in una tintoria, veniva uccisa dalla mafia per aver trovato in una camicia da lavare un documento che non avrebbe dovuto leggere. A un anno dalla condanna in primo grado degli esecutori, le motivazioni della sentenza ancora non sono state rese note.

Oggi Graziella avrebbe 37 anni. Forse un marito e dei bambini. Di sicuro una famiglia numerosa – i genitori, quattro sorelle e tre fratelli con i rispettivi coniugi e figli – cui dedicarsi. L’aveva sempre fatto, del resto: poco più che adolescente, era sempre attenta alle esigenze dei suoi cari; per la nipotina di tre mesi, poi, aveva un debole. Appena poteva, libera dal lavoro, si occupava di lei e le confezionava piccoli indumenti. Come quel maglioncino di lana che ancora oggi suo fratello Piero, padre di quella bambina oggi ventenne, conserva. È rimasto a metà, perché una sera che avrebbe dovuto essere come tante altre, trascorsa in famiglia a sferruzzare dopo una giornata di lavoro in tintoria, Graziella non fece più ritorno a casa.

La camicia dell’ingegnere. Originaria di Saponara (Me), Graziella scomparve a Villafranca Tirrena, dopo essere uscita dal lavoro, la sera del 12 dicembre 1985. Il suo cadavere, barbaramente sfigurato da cinque colpi di fucile a canna mozza, sarebbe stato ritrovato due giorni dopo a Forte Campone, sui monti Peloritani, al confine tra Villafranca e Messina.
Dopo anni di indagini depistate, processi aggiustati e disinteresse da parte dei grandi organi di informazione, l’11 dicembre 2004 (a diciannove anni dall’accaduto) la Corte di Assise di Messina ha finalmente emesso una sentenza contro i due esecutori dell’assassinio, Gerlando Alberti jr. e Giovanni Sutera (condannati all’ergastolo), e contro Agata Cannistrà e Franca Federico, rispettivamente collega e titolare della lavanderia presso cui Graziella lavorava (condannate a due anni per favoreggiamento).
All’epoca dell’omicidio la lavanderia “La Regina” era frequentata da due palermitani presentatisi come l’ingegner Toni Cannata e il geometra Gianni Lombardo. In realtà si trattava, appunto, di Gerlando Alberti junior (nipote di Gerlando Alberti senior, detto “’u paccarè”, braccio destro di Pippo Calò) e Giovanni Sutera, due latitanti ricercati per associazione mafiosa e narcotraffico internazionale, da tre anni nascosti nei pressi di Villafranca. Secondo la ricostruzione degli inquirenti, Graziella è stata uccisa perché, il 9 dicembre, aveva trovato in una camicia, lasciata in tintoria a lavare, un documento dal quale si capiva che l’ingegner Cannata aveva un’altra identità. Di quel documento, strappatole dalle mani dalla collega Agata Cannistrà, a cui la ragazza l’aveva fatto vedere, non si è più avuta traccia.


Non tutto è chiarito. «Quello che ci interessa è sì che siano condannati i colpevoli, ma soprattutto che si porti alla luce il fitto reticolo di connivenze a livello istituzionale che si nasconde dietro questo omicidio». A parlare è Nadia Furnari, presidente dell’associazione antimafia “Rita Atria”, che da dieci anni, in collaborazione con il Comitato per la pace e il disarmo unilaterale di Messina e grazie alla dedizione e alla tenacia dell’avvocato di parte civile Fabio Repici, sostiene la famiglia Campagna nella ricerca di giustizia.
La vicenda di Graziella – sconcertante quando si pensa quale prezzo la mafia costringa a pagare persone anche del tutto estranee agli affari dell’organizzazione – presenta molti nodi irrisolti. Certo il suo omicidio avvenne in un periodo caldissimo della storia di Cosa Nostra, e poteva apparire marginale: erano gli anni delle stragi e degli omicidi eccellenti (proprio nell’estate del 1985 erano stati uccisi Montana e Cassarà, vedi «Narcomafie» 7-8/2005, nda.), e si era alla vigilia del maxiprocesso; Messina, poi, era da sempre considerata – a torto – periferia di mafia e non luogo strategico per i traffici di armi e droga e per il riciclaggio di denaro sporco.
Ma la cronaca dei vent’anni in cui si è cercata la verità per l’omicidio Campagna rivela fatti di una gravità inaudita. A partire dagli ostacoli posti al fratello Piero, carabiniere all’epoca ventiduenne, mobilitatosi immediatamente per far luce sull’accaduto e redarguito dai suoi superiori per aver collaborato con i poliziotti della Squadra Mobile.

La verità era a un passo. «Che ci fossero delle collusioni a livello istituzionale – ci racconta Piero – fu subito chiaro. Contrariamente alla prassi istituzionale in casi analoghi, la Magistratura tolse la conduzione delle indagini alla Polizia, giunta per prima sul luogo del delitto e che aveva denunciato Gerlando Alberti jr. e Giovanni Sutera già un mese dopo l’omicidio di mia sorella, e la delegò al Nucleo Operativo dei Carabinieri di Messina». Questi solo il 3 settembre del 1986, 8 mesi dopo rispetto alla Polizia, e dopo molte resistenze, tra cui un tentato depistaggio per omicidio passionale, arrivarono a redigere un rapporto contro Alberti e Sutera. Fino ad allora i due erano comparsi nei loro verbali solo a seguito di un fermo avvenuto quattro giorni prima dell’omicidio di Graziella: l’8 dicembre 1985 vennero infatti fermati a bordo di una Fiat Ritmo rubata a Milano e il Cannata-Alberti, consegnando i documenti (falsi), cercò insistentemente di tranquillizzare i militari dicendo di essere amico del loro superiore, il maresciallo Carmelo Giardina. Approfittando poi di una distrazione dei due Carabinieri, Alberti e Sutera fuggirono.

Infiltrati nell’Arma
. «Pochi giorni dopo l’omicidio di mia sorella – racconta ancora Piero Campagna –, fui invitato da alcuni poliziotti della Squadra mobile a fornire ulteriori dettagli. L’auto della Polizia su cui salii venne fermata dai Carabinieri e sorse una colluttazione giustificata con l’accusa di imprecisate ingerenze investigative. Fui poi convocato in caserma dal maresciallo Giardina e redarguito per aver fornito notizie alla Polizia, e in seguito mandato dal comandante del Reparto operativo, il maggiore Antonio Fortunato, che mi intimò di riferire ogni dettaglio a lui solo o al maresciallo Giardina. Nella stanza era presente anche un’altra persona, Giuseppe Donia, che mi venne presentata dal maggiore come proprio collega e che mi rassicurò sullo scrupolo che avrebbero adottato nelle indagini. Qualche giorno dopo, Donia mi confidò di essersi occupato personalmente della perizia balistica». Anni dopo Piero Campagna avrebbe incontrato Giuseppe Donia a Falcone, un paese in provincia di Messina, e avrebbe appreso dai Carabinieri del luogo che in realtà non era affatto un carabiniere, ma si spacciava come tale, e che era molto vicino a Gerlando Alberti.
Il mandato di cattura, a seguito del rapporto dei Carabinieri del 3 settembre 1986, venne spiccato il 18 marzo dell’anno dopo dal giudice istruttore Pasquale Rossi, che rinviò a giudizio Alberti e Sutera il 1° marzo 1988. Ma il 13 febbraio 1990 il pm Giuseppe Gambino chiese e ottenne (28 marzo) dal giudice istruttore Marcello Mondello il “non doversi procedere” nei confronti dei due imputati per non aver commesso il fatto: il movente dell’agendina-documento (tirato fuori per la prima volta a un mese dall’omicidio dal barbiere di fiducia dell’Alberti – che vide sussultare il latitante quando si rese conto di aver dimenticato il documento nella camicia – e poi rinforzato dal ricordo della madre di Graziella depositato quasi quattro anni dopo, nel maggio del 1989, che raccontò che il 9 dicembre la figlia le disse: «Sai mamma che l’ingegner Cannata non è lui?») viene giudicato troppo debole.

Caso riaperto, grazie alla tv
. Da allora il silenzio, fino al 1996, quando in una puntata della trasmissione televisiva Chi l’ha visto? Indagine viene letta la richiesta di un’anonima professoressa di tornare a indagare sull’omicidio. Contemporaneamente, grandi e piccoli pentiti della mafia messinese iniziano a dire ciò che sanno sull’omicidio Campagna. Nove di loro fanno i nomi di Gerlando Alberti jr. e Giovanni Sutera, e spiegano l’agghiacciante contesto mafioso in cui era stato deciso l’assassinio. «Dal 1992 al 1996 – dice l’avvocato Repici – i collaboratori di giustizia interrogati a Messina erano stati un centinaio. A nessun magistrato era venuto in mente di chiedere cosa sapessero dell’assassinio di Graziella, che viste le modalità – cinque colpi di fucile a distanza ravvicinata – era chiaramente di stampo mafioso».
Furono queste testimonianze dei pentiti a far sì che la Procura di Messina richiedesse il 24 settembre 1996 la revoca della sentenza di proscioglimento e la riapertura delle indagini preliminari. Il tribunale di Messina riaprì il caso a dicembre. In realtà il processo avrebbe potuto ricominciare due anni prima: già nel marzo del 1994 il pentito messinese Salvatore Giorgianni aveva riferito al pm di Reggio Calabria Francesco Mollace sia le responsabilità di Gerlando Alberti, sia l’intervento di Santo Sfameni, un grande boss messinese con contatti in ambienti massonici, per addomesticare l’esito del primo processo, che si concluse con il proscioglimento degli imputati.
Ancora proroghe? Ma anche nella seconda metà degli anni Novanta molti elementi facevano intravedere la rete di complicità e protezioni che istituzioni dello Stato, imprenditori e politici avevano tessuto attorno all’omicidio. Sollecitato dall’accurato e indefesso lavoro dell’avvocato Repici, nel 2000 Nichi Vendola presentò un’interrogazione parlamentare. Nel 2001 Carlo Lucarelli, con una puntata dei suoi Misteri d’Italia, riportò i riflettori su un omicidio ingiustamente dimenticato.
Oggi finalmente si è arrivati a una sentenza di primo grado che l’11 dicembre 2004 ha condannato gli imputati, ma le ombre sembrano non essere svanite del tutto: a un anno dal suo pronunciamento, non è stato ancora possibile averne le motivazioni (su queste «Narcomafie» tornerà appena saranno disponibili). «Il termine di 90 giorni per il deposito delle motivazioni, già prorogato una volta – spiega Fabio Repici – in realtà non è perentorio. Mi hanno inoltre informato che il giudice a latere incaricato della scrittura è sovraccarico di lavoro. Certo è curioso che del processo Dell’Utri-Cinà, la cui sentenza era stata pronunciata negli stessi giorni – e si trattava di un processo complicatissimo – le motivazioni si siano avute già a luglio».

«Mai arrendersi». Lo scorso 12 dicembre a Forte Campone si sono ricordati i vent’anni dell’omicidio. Alla presenza di coloro che in questi anni si sono battuti per la ricerca della verità (in primis l’associazione antimafia “Rita Atria”, la cui presidente Nadia Furnari, proprio a seguito della trasmissione Chi l’ha visto? Indagine, contattò Piero Campagna offrendogli appoggio e ridando nuova forza alla soluzione del caso coinvolgendo l’avvocato Repici, all’epoca giovane praticante), è stata inaugurata una lapide voluta dai familiari di Graziella e da alcuni amici del fratello. Piero in questi vent’anni si è battuto strenuamente per portare giustizia all’omicidio della sorella. «Sono stati anni terribili, di abbandono e solitudine inimmaginabili. Nei primi 11 anni ho visto uccidere mia sorella due volte: dai suoi assassini e poi dalla Giustizia, che oggi sembra invece aver imboccato, con la sentenza di primo grado, una strada nuova. Continuare a fare il carabiniere in queste condizioni è stato durissimo, ma non ho mai voluto mollare, perché credo in questo mestiere svolto da tanta brava gente che sacrifica la propria vita. Le mele marce ci sono, ma non ci si può arrendere.>>

                                                                                                                             Manuela Mareso

Il Gioberti che Libera

Aggiungo qui sotto l'articolo di presentazione del nostro presidio pubblicato nell'ultimo numero del JoeBerti, giornalino del nostro liceo
 

Il Gioberti che LIBERA 

Tutti ascoltavano il suo racconto con indignato silenzio, provando unanime ammirazione per il suo coraggio e disgusto per una società irrimediabilmente corrotta. Quel venerdì di dicembre nella sala riunioni di casa Acmos ad ascoltare Pino Masciari, imprenditore calabrese oggi costretto a una vita di isolamento e rinunce per essersi opposto alle pressioni della ‘Ndrangheta, erano riuniti membri di Libera, Terra del fuoco, Acmos, tra cui il presidente Davide Mattiello, ma soprattutto molti ragazzi e ragazze, studenti di diverse scuole piemontesi. E mentre Pino, tradendo una certa commozione, raccontava forse per l’ennesima volta la sua storia, i suoi occhi umidi per le lacrime, più volte scontratisi contro muri di indifferenza, sembravano cercare segnali di speranza tra i volti giovani che lo circondavano. La risposta a questa velata richiesta di aiuto e di collaborazione non tardò ad arrivare. Alcuni ragazzi del Gioberti, che da qualche settimana stavano maturando l’idea di costituire un presidio, cioè un gruppo autogestito, all’interno di Libera, trovarono nelle parole di Pino il motore scatenante che li spinse finalmente a realizzare le loro intenzioni. Ed ecco che, in quello stesso gelido pomeriggio, quei ragazzi finalmente fondano il presidio, il cui referente diventa lo stesso Pino Masciari, che volentieri suggella la nascita del gruppo con la sua autorevole firma. Un mese più tardi, al coordinamento generale di Libera Piemonte, il presidio è ufficialmente presentato da Mattiello e viene dedicato a Renata Fonte, una delle prime donne vittime della mafia, che, per aver perseguito i suoi ideali fino alla fine in  una determinata e strenua lotta contro la criminalità organizzata, ne rimase irrimediabilmente colpita. Renata Fonte fu uccisa il 30 marzo del 1984 a Nardò, un paese in provincia di Lecce, per essersi opposta alla lottizzazione e alla speculazione edilizia del parco naturale di “Porto Selvaggio” e per aver sempre rifiutato apertamente ogni forma di ingiustizia in nome della legalità e dell’amore per la sua terra. Ed è nel ricordo di un grande personaggio come questo che il presidio del Gioberti inaugura il suo ingresso nella rete di Libera. Perché la memoria, innanzitutto, è uno degli impegni fondamentali che ogni presidio si assume, la memoria per un passato costellato di stragi orribili e di vittime eroiche che non devono rischiare di cadere nell’oblio. In secondo luogo è indispensabile per i “presidianti” una costante documentazione e continui approfondimenti su temi riguardanti mafia e legalità e infine un impegno più concreto e attivo, che si può risolvere nell’organizzazione di assemblee e riunioni, nella partecipazione alle iniziative promosse da Libera, ma anche in concerti, spettacoli, o qualsiasi altra forma di espressione artistica, in modo che ciascuno possa offrire quanto è nelle sue risorse e capacità per impreziosire il mondo di Libera e per sentirsene parte integrante. Il presidio “Renata Fonte”, che per ora, sia per la sua recente nascita sia per l’età media dei suoi componenti, è tra i più giovani in tutt’Italia, sta ancora muovendo i suoi primi incerti passi, ma una delle sue più convinte speranze è quella di riuscire ad allargarsi all’interno dei muri dello stesso Gioberti, raccogliendo un numero sempre maggiore di adesioni, per poter diventare magari “Il presidio degli studenti” e vantare un’ appartenenza rigorosamente giobertina.

 

Ivan

 

 

Renata

 
perrenatafonte
La donna a cui è deicata il nostro presidio : Renata Fonte
Per scoprire la sua storia o saperne di più clicca sul link sottostante.

Firma contro la moratoria all'aborto!!!Fai valere il tuo orgoglio di essere donna!!



Parte via web un appello ai leader del centrosinistra per dare una risposta all'offensiva clericale contro l'aborto e la norma che lo regola. Si può firmare all'indirizzo:

Viaggio ad Auschwitz....impressioni....

Dopo un'esperienza del genere torni acasa e ti senti fortunato....pensi che è stata davvero solo fortuna....
Perchè fuori da quel campo c'era un pullman che ci aspettava per riportarci a casa,davanti ad un buon piatto caldo,tra le risate fragorose di visi amici,tra le mura calde di casa,tra le persone care,ai nostri sogni,ai nostri progetti,al nostro agire liberi di poerlo fare...
Loro da quel campo nn sono mai usciti....
Sono rimasti li...e come dice la canzone dei nomadi,ora sono nel vento.....sono passati per il camino....
li abbiamo ricordati ma questo non li ha riportati in vita...loro una vita non l'hanno piu avuta...
E allora il minimo che tu possa è provare è sentirti in colpa per aver potuto varcare quel cancello....
E invece no.

Non dobbiamo sentirci in colpa di non aver fatto la stessa fine,perchè penso che loro non avrebbero augurato tale sofferenza neanche al loro peggior nemico....
Dobbiamo invece pensare che noi siamo andati li per cercare di capire ,come dice Primo Levi,quanto è bastato animo all'uomo di fare dell'uomo....e uscendo da quel campo ci siamo caricati di una grande responsabilità:comunicare agli altri cio che noi abbiamo provato,sentito,visto,imparato....perchè cio che è successo non succeda mai più....
E se è successo vuol dire che dentro ognuno di noi,come abbiamo detto riflettendo durante l'incontro dopo la visita al campo,c'è un potenziale di odio e cattiveria...perchè siamo uomini....e bisogna imparare a controllarlo,a conoscerlo ,a conoscere noi stessi...perchè il giorno che quella parte buia del nostro animo fara capolino...noi li diremo:cara,non mi fai paura,io so chi sei e qui nn c'è posto per te...


Queste sono alcune delle frasi,delle impressioni,delle emozioni allo stato pure che sono affiorate durante l'assemblea tra una quindicina di ragazzi la mattina dopo la visita del campo di concentramento di Auschwitz,dette con p0arole spezzate,con il sorriso sulle labbra e con il cuore pieno di emozioni,senza paura di far vedere le lacrime o di dire la verità,cose dette con parole spudoratamente sincere e umili:

Quell'aspetto quasi normale del campo sembra una presa in giro.....perchè non fa paura....sembra quasi un villaggio....

Ho provato a immedesimarmi nell'oppressore ,non solo nell'oppresso...

Sono uscito dal campo canticchiando la canzone della Vita è Bella e ho chiamato casa ,mi sono fatto mettere al viva voce e ho detto ai miei genitori che sono felice di avere una famiglia e che gli voglio bene...

Ritornando alla normalità,uscito dal campo,ti sembra che tutto sia banale,accendi la tv e ti accorgi di quanto la società a volte sia stupida ...

Finchè non vedi quella scritta"arbeit macht frei", ti sembra che le cose che hai solo visto sui libri non siano vere,ti illudi nell'inconscio che certe cose non siano successe...è stato un colpo affrontare la realtà e dire:cazzo,esiste davvero...

LA foto di quelle tre ragazze mi ha impressionata piu di ogni altra cosa, anche se può sembrare banale con tutte le bruttture che c'erano,perchè era una foto di tre ragazze normali come possiamo essere io e le mie due amiche...e la loro vita,magari bellisima come le nostre tre ,è stata stroncata senza motivo....potevamo essere noi....

Non è possibile....vorrei non crederci...

Ho guardato le foto delle persone morte nel campo appese alle pareti una vicino all'altra,e ad un tratto mi è sembrato che tutte quelle facce stessero guardando me...ho dovuto girarmi di colpo,perchè è stata una brutta sensazione,come se mi chiedessero perchè li avevo ammazzati...




Quando torneremo a casa vorrei che imparassimo a vestire abiti nuovi....che imparassimo il rispetto verso il prossimo,perchè è li che nasce tutto..

Vorremmo ricreare il cerchio di questa assemblea,questo cerchio dove ci siamo davvero ASCOLTATI

Alla fine dell'assemblea abbiamo diviso in tanti pezzettini la cartina di cracovia e ce ne siamo dati un pezzo a testa, come per farci una promessa,la promessa di esserci sempre,con le nostre idee,tutti insieme...per testimoniare e per portare la nostra voce agli altri...e Pino allora ha detto:ragazzi oggi vi prendete un grande impegno,perchè questa cartina è come un puzzle....se non ci sono tutti i pezzi ,se non ci siete tutti ,se non si ricongiungono tutte le strade,la crtina non torna completa.....

IO credo in quell'impronta digitale che ho lasciato su quello striscione,credo nell'impegno che mi sono presa,su tutti i fronti....sulla lotta alla mafia,sulla testimonianza ,sul vivere bene insieme ,sul trovarci ancora insieme , credo nell'impegno della costruzione di un futuro migliore,non solo a parole....Non mi sento onnipotente e nemmeno un genio,ma nel mio piccolo io ci credo e mi impegno.
Voi?

Francesca